C'è solo da sperare che la decisione dell'Ecofin assunta la scorsa settimana nell'ambito del pacchetto sulla supervisione dei mercati finanziari sia presto radicalmente corretta...
C'è solo da sperare che la decisione dell'Ecofin assunta la scorsa settimana nell'ambito del pacchetto sulla supervisione dei mercati finanziari sia presto radicalmente corretta dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione. Malgrado il tentativo di fornire una interpretazione edulcorata da parte dei media e dei giornali, la realtà è pesantissima: significa abbandonare la prospettiva di far crescere in Europa un vero mercato finanziario di dimensioni adeguate a renderlo competitivo nei confronti delle altre realtà di livello continentale, a cominciare dagli Stati Uniti e dalla Cina, oggi, fino all'India, domani.
L’Ecofin, cioè il collegio dei ministri finanziari europei, si è arrampicata sugli specchi. Ha travestito in successo un fallimento. Una vera e propria operazione gattopardesca, che, mentre nella forma ha ampliato i poteri di vigilanza prudenziale dell‘Esma, l’Autorità di regolamentazione e vigilanza dei mercati finanziari europei, una sorta di Consob della Ue, nella sostanza li ha resi inefficaci. E non si può davvero pensare che si tratti solo di un primo passo verso l’unificazione di questa materia. Perché, una volta fissate faticosamente le regole, un secondo passo, osteggiato da chi ne ha tratto vantaggio, non seguirà mai.
In realtà, dotare delle medesime regole e dei medesimi controlli i mercati finanziari di tutti e 27 gli Stati europei era già ritenuto obiettivo irrinunciabile nel lontano 2014, quando venne varato il progetto dell’Unione dei mercati dei capitali. Tuttavia, con il passare del tempo, prevalsero gli egoismi nazionali rispetto al fine comune. Così, l’originaria proposta, che molti giudicavano troppo ambiziosa, venne sostituita, nel 2025, da quella, assai più modesta, dell’Unione del risparmio e degli investimenti, circoscrivendone la finalità al finanziamento delle piccole e medie imprese europee.
Così, fino ad oggi l'Europa si è limitata ad omogeneizzare la regolamentazione dei mercati finanziari, consentendo tuttavia una certa libertà di adattamento da parte dei singoli Stati. La vigilanza, indispensabile per garantire la stabilità e la trasparenza dei mercati, è stata lasciata invece a ciascuna autorità nazionale di controllo, per noi la Consob. Il sistema attuale vede i Paesi dotati di maggiore quantità di risparmio svolgere tradizionalmente controlli più severi per tutelare i propri investitori, mentre quelli dove il risparmio è scarso, ma abbondano i capitali provenienti dall'estero, sono assai più permissivi. In sostanza, le regole sono le medesime, ma la loro attuazione cambia in funzione dei singoli interessi nazionali.
Il motivo per cui è indispensabile costruire un vero mercato finanziario europeo è che, per fornire finanziamenti adeguati alle imprese e consentire quel salto tecnologico solo grazie al quale sarà possibile affrontare il rischio del declino industriale, le risorse offerte dalle banche non sono più sufficienti.
Il fabbisogno di denaro per gli investimenti rappresenta un multiplo rispetto al passato, a cui è possibile fare fronte solo con la disponibilità di capitali di rischio, sia nel mercato interno, sia in quello internazionale.
Tuttavia, è arduo ritenere che gli investitori esteri possano essere interessati ad una realtà economica che manifesta evidenti criticità a causa del suo sistema istituzionale, che finisce per dare l’impressione di favorire il più forte piuttosto che curarsi dell’interesse generale.
Per consentire una reale parità di condizioni e creare un ambiente effettivamente concorrenziale, il terreno di gioco deve essere il medesimo per tutti. Soprattutto nei mercati finanziari: prevedere eccezioni ed esclusioni turba l’uguaglianza di trattamento di operatori ed investitori. Se ciò accade, il mercato non sarebbe più in grado di svolgere la funzione che gli è propria e si trasformerebbe in un luogo dove si creano artificialmente barriere che rendono conveniente operare solo per alcuni e non per altri. Come avverrebbe, ad esempio, allorché uno stesso comportamento desse luogo solo in alcune giurisdizioni ai reati di aggiottaggio o manipolazione del mercato, impedendo nei fatti la realizzazione di un vero unico mercato continentale.
Allo stesso modo, le esclusioni di carattere soggettivo, come quelle che riguardano la società di gestione della Borsa tedesca, la Deutsche Börse, ed altre minori, creano una pericolosa diversità di trattamento all’interno del mercato stesso.
Ben si comprende dunque che, se si seguisse la strada ultima delineata dall’Ecofin, la Borsa tedesca, che rappresenta il più importante aggregato industriale del continente, potrebbe aspirare a trasformarsi in una sorta di porto franco dotato della piattaforma più attrattiva d’Europa per gli investitori non solo stranieri. Se pur si tratta di un'aspirazione comprensibile, viste le difficoltà nelle quali versa attualmente il suo sistema industriale, tuttavia danneggerebbe seriamente gli interessi economici degli altri Paesi europei, soprattutto segnerebbe la fine dell’Europa come mercato finanziario continentale e della sua attrattività nei confronti degli investitori esteri. Come i capponi di Renzo, accapigliandoci l’uno con l’altro, potremmo finire tutti in pentola.
Ma i vertici europei sono ancora in tempo e hanno la possibilità di far fronte agli egoismi nazionali e scongiurare quella che potrebbe tramutarsi in una vera Caporetto economica.
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