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"Tutta colpa dei migranti". Le piazze gridano futuro, le destre rispondono frontiere

Дата публикации: 18-10-2026 14:00:00

Dalla Francia all'Italia, dalla Spagna all'Albania, studenti e giovani protestano contro carovita, precarietà e crisi dei servizi pubblici. Ma Trump, Vance e i sovranisti europei provano a riscrivere il senso delle piazze: non più diritti e futuro, ma immigrazione, Islam e frontiere da chiudere. Una battaglia politica per appropriarsi della narrazione sulla rabbia sociale

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Dalla Francia all’Italia, dalla Spagna all’Albania, l’Europa è attraversata da una stagione di proteste che ha messo in piazza soprattutto giovani, studenti e famiglie stanche di precarietà, carovita, servizi pubblici degradati e governi percepiti come lontani. È una rabbia reale, fatta di classi affollate, affitti impossibili, stipendi bassi, corruzione e mancanza di prospettive. Ma mentre nelle strade si parla di scuola, lavoro e democrazia, una parte della destra internazionale sta cercando di ribaltare il senso della rivolta, trasformandola in un racconto sull’immigrazione, sull’Islam e sulla necessità di chiudere le frontiere.

Donald Trump ha dato la versione più brutale di questa operazione. Commentando gli scontri in Francia, ha scritto che il Paese sarebbe “in fiamme” e che l’immigrazione di persone provenienti da “un mondo completamente diverso”, portatrici di odio, avrebbe “mandato in frantumi” la Francia. Poi l’appello: “Chiudete le frontiere e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi”. È una frase pensata per viaggiare oltre l’Atlantico, per alimentare la paura e per offrire alla destra europea un nemico interno facile da indicare.

Una lettura che ignora le cause delle proteste

La verità è che le proteste francesi non nascono dall’immigrazione. Sono partite dalle condizioni del sistema scolastico: mancanza di personale, edifici fatiscenti, classi sovraffollate, mancanza di risorse. Solo in un secondo momento la mobilitazione si è intrecciata con la rabbia per il costo della vita e il declino dei servizi pubblici, fino a sfociare, in alcune città, in scontri e violenze. Ridurre tutto questo a una “guerra civile” provocata dagli stranieri significa cancellare anni di austerità, disuguaglianza e crisi politica. E non è un caso che anche il vicepresidente statunitense JD Vance abbia indicato immigrazione e problemi di assimilazione come cause delle violenze in Francia. Si ratta sempre dello stesso schema narrativo: prima si trasforma un fenomeno sociale complesso in un’emergenza identitaria; poi si propone come unica risposta la chiusura, il controllo, la selezione, la rimozione. In uno slogan, la paura diventa programma politico.

Anche in Francia una parte della destra non si è fatta sfuggire l'occasione. L’eurodeputato del Rassemblement National Julien Leggeri ha detto che Trump, sulle proteste, “non ha del tutto torto”, collegando la tensione a quella che definisce un’“ondata di immigrazione illegale”. Una frase che riprende la grammatica dell’estrema destra europea: prendere episodi di violenza, isolati o decontestualizzati, e trasformarli nella prova di un presunto collasso nazionale.

Dai social alla politica: la fabbrica della paura

Ma questa operazione non vive soltanto nei comizi. Vive soprattutto nei social, dove vecchi video, immagini fuori contesto e notizie false vengono usati per descrivere le proteste studentesche francesi come una presunta “insurrezione islamica”. Indagini giornalistiche indipendenti hanno ricostruito come una galassia di account dell’estrema destra americana ed europea stia spingendo questa narrazione, trasformando blocchi scolastici e scontri in un presunto assedio dell’Europa da parte dell’Islam.

Si tratta di una strategia politica precisa. Le proteste parlano di disuguaglianza, scuola, affitti, precarietà e servizi pubblici, temi che mettono in discussione modelli economici e responsabilità di governo, ma la destra anti-migrante preferisce spostare il discorso su identità, religione e sicurezza, perché così la questione non è più “perché la scuola è sottofinanziata” o “perché i giovani non riescono a costruirsi un futuro”, ma “chi sta invadendo il nostro Paese”.

L’Italia: la destra nazionale nella catena internazionale

Anche l’Italia entra in pieno in questo meccanismo. Il governo Meloni ha fatto della prevenzione degli “arrivi irregolari di massa” e del rafforzamento delle procedure di trattenimento alle frontiere uno dei suoi cavalli di battaglia europei, chiedendo una revisione della normativa europea per rendere più efficaci le misure contro i migranti irregolari. Fratelli d’Italia, Lega e la più ampia galassia sovranista italiana condividono, con toni diversi, l’idea che la crisi sociale europea debba essere letta anzitutto attraverso il prisma dei confini. La differenza è che, a Roma, Milano, Torino o Bologna, le proteste recenti sono nate soprattutto intorno al carovita, alla precarietà e alla rabbia giovanile. Nei cortei autoconvocati di queste settimane sono emerse tensioni e episodi di vandalismo, con feriti tra polizia e manifestanti. Ma trasformare quella rabbia in una crociata contro i migranti significherebbe sottrarla alla sua causa politica: la sensazione diffusa che il futuro sia stato messo in vendita, che le città siano sempre più care, che il lavoro sia incerto e che le istituzioni rispondano tardi o per niente. La destra italiana conosce bene questa possibilità. Può presentarsi come voce dell’ordine contro il caos, come difensore di una presunta maggioranza silenziosa, come alleata naturale di Trump e dei sovranisti europei. Ma nel farlo rischia di offrire una risposta che non risolve nulla: più polizia, più frontiere chiuse, più retorica identitaria, mentre restano intatti affitti, salari, scuole, ospedali e opportunità per i giovani.

E dimenticando per un attimo che le manifestazioni non vengono mai rovinate da chi le organizza, ma da chi ha interesse a impedirne la riuscita politica, secondo una dinamica che si ripete sempre uguale. Gruppi estranei, frange estreme, infiltrati o semplicemente provocatori si inseriscono in questi contesti e cercano lo scontro. Spesso è una precisa strategia tipica delle frange di estrema destra, quella di usare la violenza per delegittimare la protesta, soprattutto se mette in discussione il potere costituito. E non sarebbe la prima volta in cui, creare ad arte disordini di questo tipo è servito a criminalizzare il dissenso e a spostare l'attenzione nel racconto. Ce lo aveva già spiegato anni fa anche Francesco Cossiga.

Anche in Albania il nemico non è il migrante

L’Albania è forse l’esempio più evidente della distorsione. Le proteste a Tirana sono nate dalla mobilitazione contro un progetto turistico di lusso legato a Jared Kushner, genero di Trump, e si sono poi allargate a un movimento studentesco e antigovernativo che chiede le dimissioni del premier Edi Rama. Al centro ci sono le accuse di corruzione, il costo dell’istruzione, la mancanza di lavoro e la sensazione che la costa e le risorse del Paese siano consegnate a interessi potenti. Qui la narrazione anti-migrante è ancor più fuori luogo. I giovani albanesi non protestano contro gli stranieri: contestano un modello di sviluppo che li esclude, con la corruzione e la vendita di parti del territorio per progetti di lusso. Eppure, anche questa rabbia può essere intercettata dalla destra internazionale, perché ogni rivolta giovanile, se non trova un canale politico capace di rispondere alle sue domande, lascia spazio a chi vuole incanalarla nella paura dell’altro.

Il vero pericolo: svuotare la politica

La destra internazionale non inventa la rabbia. La trova già nelle piazze, nelle periferie, nelle scuole, nelle famiglie che faticano a finire il mese. La sua forza sta nel saperla reinterpretare. Trump parla di frontiere da chiudere; Vance di assimilazione; i sovranisti europei di identità minacciata; in Italia il governo spinge per procedure più dure contro i migranti. Ma dietro questa campagna c’è una scommessa più profonda: convincere i giovani che il loro avversario non sia la precarietà, la corruzione o la mancanza di investimenti pubblici, bensì il migrante. È una scommessa pericolosa, perché trasforma un conflitto sociale in conflitto etnico e religioso. E perché, una volta accesa, la paura non distingue tra chi protesta per la scuola e chi vuole soltanto un capro espiatorio.

In realtà è impossibile non vedere che le proteste che attraversano l’Europa dicono in realtà qualcosa di molto semplice: grandi parti della società non credono più che il loro futuro sia garantito. La domanda è chi raccoglierà quella richiesta. Chi proverà a rispondere con diritti, lavoro, servizi e democrazia, oppure chi proverà a incanalarla nella chiusura delle frontiere e nella caccia al nemico interno.

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