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«Quando sul tabellone è comparso l’esito del voto, sono scoppiato in un pianto liberatorio, sinceramente non davo affatto per scontata la vittoria». Stefano Massoli racconta così le emozioni che ha vissuto nella serata di giovedì, quando il consiglio regionale ha approvato la legge sulla morte volontaria medicalmente assistita. Quella «vittoria» è l’esito di una battaglia lunghissima e difficilissima, che Stefano ha combattuto insieme alla moglie Laura Santi, morta il 21 luglio 2025 a Perugia con autosomministrazione del farmaco letale fornito dal servizio sanitario pubblico.
«Avevo parlato a lungo con i consiglieri regionali e a tutti avevo chiesto di votare secondo coscienza, ascoltando il loro cuore - racconta Massoli - credo che alla fine sia andata così. Lo credo sia per chi ha votato a favore sia per chi, anche nella maggioranza, ha fatto un’altra scelta seguendo la propria sensibilità cattolica».
Aveva parlato anche con la presidente Proietti?
«Sì, anche con lei ed è stato un bellissimo momento di confronto. Ho compreso la sua difficoltà ed ho capito che era davvero molto combattuta internamente. Credo che anche lei abbia votato secondo coscienza e questo va rispettato».
La legge ora mette dei punti fermi su una questione che comunque seguiva delle regole.
«La legge interviene su una situazione che di fatto è normata da una sentenza della Corte Costituzionale. Ma questa legge garantisce per gli umbri, in caso di patologie irreversibili, di poter richiedere l’accesso alle procedure per la morte volontaria medicalmente assistita. La legge garantisce il fatto che non si debba per forza andare in Svizzera a morire, una soluzione per cui sono necessari tanti soldi. E soprattutto la legge evita il suicidio: la morte volontaria è un’altra cosa. Tutto questo ora vale in Umbria, in attesa di una legge nazionale che auspico sia approvata presto, ma che spero sia una buona legge. Forse in questa circostanza è stato dimostrato che quando la politica ascolta davvero i cittadini può fare qualcosa di buono».
È stata definita una legge di dignità.
«Quello che garantisce questa legge è ciò che Laura definiva “un parapetto”, io la chiamo una via d’uscita. Pensiamo a una persona consapevole di correre il rischio di diventare tetraplegica, beh sapere di poter avere quella possibilità nel momento in cui nessuna terapia palliativa e nessuna cura riesca ad alleviare le sofferenze fisiche e psichiche, vuol dire tantissimo, e vi assicuro che gli allunga la vita».
In qualche modo è stato così anche per Laura?
«Essere consapevoli di poter compiere quel gesto, quando si è in certe condizioni di salute, concede una maggiore serenità. Nel caso di Laura, quando ha avuto la certezza che sarebbe potuta andare in Svizzera, ha avuto una sorta di rilassamento interiore, e ha deciso di aspettare ancora prima di congedarsi dalla vita».
S’è immaginato cosa avrebbe detto Laura al momento dell’approvazione della legge?
«Prima avrebbe detto ai consiglieri regionali di decidere con il cuore, poi sarebbe stata felicissima e soprattutto credo avrebbe ripetuto quel che aveva rimarcato tante volte: non arrendersi mai».
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