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PERUGIA - La piazza è quasi vuota, c’è solo un gruppo di turisti e chi prende il sole sulle scale del duomo. Sotto la Vaccara ci sono due pattuglie di polizia e carabinieri, sotto palazzo dei Priori ecco due auto della polizia locale, mentre a benedire lo struscio su corso Vannucci, all’angolo con piazza Italia, ci sono dieci uomini della guardia di finanza, che resteranno fino al tramonto. Lungo i 356 metri fino a piazza IV Novembre negozi e bar sono tutti aperti, ma qualche titolare è sulla porta e guarda l’orologio. «Hanno detto che la manifestazione non c’è, ma non si sa mai», sibilano con un mezzo sorriso di traverso. Perché per ieri pomeriggio era prevista una manifestazione contro il carovita e l’eco arrivata da Milano e Roma ha fatto paura. C’erano negozi pronti a chiudere per un pomeriggio, chi ha chiesto informazioni per preservare le vetrine, ma anche chi non ha avuto timore a raccontare di avere una mazza dietro il bancone per le emergenze.
Mancano 5 minuti alle tre, il Movimento 17 ottobre che ha promosso le ragioni della protesta milanese aveva indicato entro le 14.30 l’orario in cui svelare le nuove piazze della manifestazione. Perugia non era nella prima bozza, ma le forze dell’ordine erano state preallertate sull’evento condiviso dal Fronte della gioventù comunista previsto per ieri alle 15. Annullato all’improvviso, verrà sostituito da una manifestazione spontanea e pacifica di studenti. All’improvviso infatti in piazza IV Novembre si sente chiaramente il fischio di un megafono: agenti e militari drizzano le orecchie per deformazione professionale, ma non c’è nessuna allerta. La piazza intorno alla Fontana Maggiore si riempie: ora ci sono circa 200 ragazzi, la maggior parte è vestita di nero, ma basta passarci in mezzo per capire che non è una divisa da contestatori ma solo moda o timidezza. Anche se oggi non è il giorno per diventare trasparenti, ma quello in cui farsi sentire.
«Contro il carovita e per i diritti degli studenti», spiegano mentre attaccano alle grate della Fontana i cartelli con gli slogan della protesta. «Noi non aspetteremo più, il momento di agire è arrivato, adesso e fino a quando le cose non cambieranno». «Coi popoli in rivolta si muove oggi la storia, rivoluzione fino alla vittoria». E poi un cartellone con tutte le firme degli studenti perché «il carovita pesa anche su di te». Fino all’ultimo A4 infilzato: «Non mi comanda mio padre, figurati il governo». Per questo presidio c’è chi ha scritto a Comune e questura per avvisare, poi gli studenti si sono organizzati attraverso WhatsApp e passaparola, si sono dati appuntamento alle tre e ora in piazza c’è la ragazza col megafono.
È Nicole Molina Cerulli, ha 16 anni e chiama l’appello per firmare il documento con cui gli studenti intendono spiegare le loro ragioni in assemblea. A partire dai problemi del liceo Pieralli, per cui si chiedono «riscaldamento garantito per tutto l’inverno, copertura rapida delle cattedre vacanti e un sopralluogo della Provincia per la struttura in decadenza». «Non tutti sono d’accordo - spiega Luna Robb - e allora ci pensiamo noi». «Ma siamo pacifici, vogliamo solo che ci ascoltino», sottolinea una compagna, con i genitori che «sono orgogliosi e che ci appoggiano». Mentre altri istituti hanno deciso di non partecipare perché nelle chat si accennava al timore di adulti infiltrati.
Intorno a loro, invece, altri compagni tra i 16 e i 18 anni, chi ha i capelli blu, chi le unghie con Topolino, chi indossa la kippah e un paio di kefiah. Non ci sono bandiere, nemmeno una birra e non c’è alcun accenno di violenza. Pure gli agenti della Digos, mischiati in borghese tra la folla, sono chiaramente sereni: sembra una gita in centro in un sabato di sole, con qualche coro per ribadire che «la scuola è nostra e non si tocca, la difenderemo con la lotta». Una protesta gentile e forse per questo più efficace: gli studenti si sono fatti sentire, ora tocca agli adulti agire.



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