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Dal rap alla lirica, dai cavalli alla Scala: Carolina López Moreno non ama i ruoli già scritti. «Me ne infischio della perfezione: cerco verità, presenza, freschezza».

Дата публикации: 11-10-2026 10:00:00

«Ho provato a essere un soprano-trofeo ma, sventuratamente, sono nata con un altro tipo di energia» ironizza su Instagram. Un post originale, ma enigmatico… «Le trophy wives, lo sapete, sono quelle mogli belle e chic, status symbol per il marito. […]
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«Ho provato a essere un soprano-trofeo ma, sventuratamente, sono nata con un altro tipo di energia» ironizza su Instagram. Un post originale, ma enigmatico… «Le trophy wives, lo sapete, sono quelle mogli belle e chic, status symbol per il marito. A noi cantanti liriche quando studiamo chiedono, in un certo senso, lo stesso: devi essere elegante, non puoi fare questo, non puoi fare quello» spiega – nel suo italiano fluente – Carolina López Moreno, 35 anni e un entusiasmo contagioso.

soprano carolina lopz moreno

Carolina López Moreno, 35 anni. Il soprano inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Torino con “Pagliacci”, poi sarà al Maggio Fiorentino in “Simon Boccanegra” e, a febbraio, interpreterà Mimì in “La bohème” alla Scala. (Fabrizio Sansoni)

Il soprano Carolina López Moreno: «Me ne infischio della perfezione»

«Io, invece, me ne infischio della perfezione: resto me stessa, un po’ pazza. E, comunque, mi trovo sempre benissimo con tutti».

La riprova: reduce dall’esibizione in mondovisione per la chiusura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina, applaudita di recente in Germania, Svizzera e Spagna, inaugurerà la stagione del Teatro Regio di Torino il 15 ottobre come Nedda in Pagliacci di Ruggero Leoncavallo; dal 15 novembre sarà al Maggio Fiorentino come Amelia Grimaldi in Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi; dal 16 febbraio sarà Mimì in La bohème di Giacomo Puccini alla Scala.

«Ho avuto relazioni con uomini gelosi. Adesso se uno dubita lo mollo all’istante»

Una carriera ben strutturata: non sembra lasciar spazio alla “pazzia”.

«Per me “pazzia” è non conformarsi. Ho una tecnica vocale assai solida (merito anche della mia insegnante, Donata D’Annunzio Lombardi), e questo mi permette grande libertà nell’espressività scenica, evitando movimenti “classici”. Cerco la verità, la presenza, la freschezza. Prendiamo la mia Nedda (regia di Francesco Micheli, sul podio Andrea Battistoni, ndr ), consapevole e coraggiosa: certo, vuole abbandonare Canio, il possessivo consorte, e scappare con Silvio, però la sua non è tanto una fuga in nome dell’amore quanto della libertà. La capisco profondamente».

Perché?

«Ho avuto relazioni con uomini gelosi, sono stata spesso nella condizione di ripetere: “Credimi, è così: ti devi fidare”. Adesso, se uno dubita, mollo subito. Comprendere i personaggi è importante, per questo adoro le opere del Verismo (oltre a Leoncavallo, Pietro Mascagni, Umberto Giordano, Francesco Cilea e, per alcuni versi, Puccini, ndr ): raccontano di noi, non più di re, regine, eroi, contesse…»

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Carolina López Moreno sarà Mimì in “La bohème” di Giacomo Puccini alla Scala di Milano.

Un passato eclettico, dall’hip hop al reggaeton

Da cosa deriva la sua attitudine a tenere il focus sulla recitazione?

«La mia carriera nella lirica è iniziata solo nel 2021, ho un passato eclettico: dai 12 anni ho scritto musica – hip hop, soul, rap, reggaeton (ho anche venduto a qualche dj le mie tracce vocali, guadagnandoci qualcosa, e una di queste produzioni si è piazzata al terzo posto delle classifiche di Mtv Dance). Danzavo la salsa (l’ho pure insegnata) e, a 19 anni, mi sono iscritta al corso di musical della Thea terakademie di Monaco: desideravo misurarmi con qualsiasi tipo di performance sul palco, essere attrice, ballerina e cantante. Ma non cantante lirica: nella mia testa significava stare ferma e gorgheggiare mentre il pubblico si addormenta (ride)».

Carolina López Moreno, soprano sulle orme di Maria Callas e Mirella Freni

Ops. E allora?

«Un giorno l’ho detto a un insegnante, che ha ribattuto: “Ok, carina: vai, ascolta Aida, La traviata, Norma, Madama Butterfly, poi torni e mi dai un parere”. Mi sono messa su YouTube e ho scoperto Maria Callas, Anna Netrebko, Montserrat Caballé, Mirella Freni (mai sentite nominare prima, ero una rappresentante prototipica della mia generazione): il cuore mi è esploso, ho pianto tre giorni! Avevo individuato la mia anima gemella: “Ecco, sono nata per questo!”. Ho usato proprio questa espressione all’ammissione all’indirizzo di canto classico della Hochschule für Musik di Stoccarda… Hanno riso».

Il mito di Maria Callas riletto in chiave contemporanea alla Scala

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Si sarà demoralizzata.

«Potevano ridere quanto volevano! Sentivo che questo era il mio destino, la mia chiamata. E non c’era un piano B. Non so come spiegare: l’arte è qualcosa di forte, spirituale, un’energia trascendente, quasi una religione. E una responsabilità: se a una recita non do il duecento per cento, la considero una recita perduta, per quanto il pubblico sia contento. La lirica mi ha salvato e, come ha salvato me, può salvare tanti giovani: niente offre le stesse emozioni. Le storie sono eterne, è soltanto cambiato il modo di raccontarle. Uso Instagram per portare i ragazzi nelle mie giornate e mostrare chi è un soprano oggi. Tutto mi ispira: la moda, i musei, l’architettura, i fiori…»

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Il soprano con il regista Francesco Micheli durante le prove di “Pagliacci” (Simone Borrasi © Teatro Regio di Torino).

La passione per i cavalli di una ragazzina un po’ strana

“Salvata”?

«Sì! Da piccola non ero come i miei coetanei, parevo un po’ strana: loro stavano sempre in gruppo, io con i cavalli. Tanto che un’amica di famiglia, che è una coach, mi ha presa sotto l’ala e mi ha allenato a “organizzare la mente”: il cervello è una delle armi più potenti, può diventare il tuo peggior nemico o il tuo miglior alleato».

E la passione per i cavalli?

«A dieci, undici anni ho iniziato a frequentare una scuderia nel paese dove abitavamo, Reichenbach an der Fils, nel Baden-Württemberg. Dopo poco mi hanno chiesto se mi interessava pulirli e strigliarli in cambio di lezioni di equitazione (ho anche partecipato a competizioni). Una felicità assoluta! Al cavallo non interessa la tua posizione, come ti vesti, che cosa pensi: gli interessa la tua essenza. Non ero sicura di cosa sognassi per il futuro, eppure da lì non si usciva: o mi occupavo di animali o di musica».

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Il soprano durante l’esibizione in mondovisione per la chiusura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina, cerimonia ideata e prodotta da Filmmaster (Foto Luca Parisse, Mariachiara Panone)

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La fortuna di crescere con tre culture diverse

La musica come era entrata nella sua vita?

«Mio papà, ingegnere informatico, è boliviano e suona la chitarra: era sempre fiesta a casa López! Mia madre invece viene dall’Albania, dove era stata una violinista di talento: studentessa ribelle, è fuggita dal regime di Enver Hoxha e, arrivata in Germania, ha messo al mondo sei figli e ha privilegiato la famiglia. Però ha imposto a ognuno di noi di dedicarsi a uno strumento (all’inizio ho scelto violino, e dopo il piano) per favorire lo sviluppo cognitivo e uno sport per prendere confidenza con il lavoro di squadra. Ora posso affermare di essere stata molto fortunata di crescere con tre culture diverse: fra noi parlavamo spagnolo e albanese, a scuola tedesco».

“Ora”? In precedenza no?

«Ricordo che da piccola andai dalla mamma tristissima: in classe ci sono tedeschi, italiani, turchi, e io non so chi sono! “Tu devi pensare che hai raccolto il meglio di tre nazioni”».

Il “meglio”, in poche parole?

«L’allegria – il gusto di ridere, ballare, stare con la gente – è latinoamericana. La precisione, la capacità organizzativa sono tedesche: avere la gioia di vivere nel sangue non aiuta a creare un futuro solido, a essere affidabile (sorride). La forza, il pragmatismo appartengono alle radici albanesi: buttateci in una foresta ed escogiteremo la maniera di creare una città!».

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Ha trovato a Milano il suo posto

Alla fine si è stabilita a Milano.

«Il vostro temperamento corrisponde al mio: in Germania mi sentivo troppo “chiassosa”, troppo colorita, espressiva. Se parlavo normalmente, mi riprendevano: “Ehi, non ti arrabbiare” (sorride). Avrei preferito Napoli, ma qui è più comodo per gli spostamenti di lavoro».

Fra le mille arie che intona, qual è la preferita?

«Nessun dubbio:“Vissi d’arte, vissi d’amore”(dalla Tosca, ndr). Questo sono io! Arte e amore per me coincidono».

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