E se alla fine l'Italia, intesa come gruppo Mancini-giocatori, fosse almeno adesso un'isola felice? Ecco cosa sta succedendo nel resto d'Europa
INVIATA A BOLOGNA - Stai a vedere che Roberto Mancini, quello che non ti incasina la testa (cit. Ciro Immobile al Corsera), alla fine è il ct che riesce a mantenere la barra più dritta? Mica facile, considerando tutto quello che succede intorno a lui da settimane. Eppure l’allenatore chiamato a ricostruire le macerie della Nazionale italiana dopo l’ennesimo fallimento Mondiale non aveva - ha - un compito facile: le polemiche fuori Coverciano, l’inizio da incubo con il Belgio, i commentatori, più o meno competenti, che ancora gli rinfacciano l’addio di qualche anno fa. Mancini, però, sta riuscendo laddove alcuni colleghi stanno fallendo in questo caldo, e anomalo, autunno. Sta facendo quadrato: lui, lo staff, la delegazione, i giocatori. Stop. Un blocco unico, di quelli che nello sport, e nessuno lo sa meglio di lui e di chi lo ha scelto, cioè Giovanni Malagò, fanno la differenza. È una scelta precisa: nei momenti in cui la pressione aumenta, l’allenatore azzurro sembra voler ridurre il più possibile le interferenze esterne, riportando l’attenzione su una parola semplice ma decisiva: squadra. Prima vengono il campo, gli allenamenti, gli equilibri dello spogliatoio. Il resto può aspettare. Un atteggiamento che assume ancora più significato guardando, leggendo e ascoltando tutto quello che succede nel resto d’Europa.
Altri commissari tecnici sono infatti costretti a gestire situazioni che col terreno di gioco hanno poco a che fare: casi mediatici, polemiche, dichiarazioni e vicende personali che finiscono per diventare parte integrante del racconto delle rispettive nazionali. Anzi, la fanno da padrone. Il caso più eclatante è, ovviamente, quello del Portogallo di Cristiano Ronaldo, con tanto di spy story sull’areo che decolla e prova ad essere bloccato all’ultimo dal presidente federale, la moglie Georgina Rodriguez che prima attacca il ct Jorge Jesus e poi cancella tutto, e i follower che scappano dai profili del Portogallo (meno due milioni in poche ore). Non se la passano meglio in Norvegia: il ct Solbakken litiga con i cronisti che lo accusano di non voler parlare di Haaland per evitare il caso Manchester City e, nel frattempo, deve pure difendere la moglie del portiere Nyland attaccata ovunque per l’errore contro il Portogallo. «Di Erling non parlo perché ogni parola farebbe il giro del mondo e quello che è successo a Nyland è orrendo». Caso chiuso? No. Anche perché il portiere del Lipsia se ne va in panchina.
La vergogna di Modric, la furia di KloppNon va meglio in Croazia: l’Inghilterra ne fa sette, Modric è lapidario nell’ammettere che «è la prima volta che mi vergogno dopo una partita». Giocatori nella bufera, ct di più. In Germania il clima non è dei migliori: sconfitta con la Grecia, commenti durissimi. Il motivo? Oltre al calcio la presenza, a loro dire, di troppi giocatori neri. Klopp che si infuria: «La Germania non è abbastanza bianca? Assurdità completa che non commenterò. Nella vita ho poco tempo per le idiozie, e ancora meno sui social media». Social dove, a proposito di bufere, in Turchia si invocano le dimissioni di Montella un giorno sì e l’altro pure. E poi c’è Zidane: la luna di miele coi francesi prosegue, ma la difesa di Cristiano Ronaldo a molti non è piaciuta. Situazioni diverse, un unico denominatore: il ct non deve più occuparsi soltanto di tattica, condizione fisica e risultati, ma anche gestire tutto il resto. Ronaldo, le parole di Modric, la polemica razzista contro la Germania: ogni nazionale ha il suo caso, ogni allenatore il suo modo di affrontarlo. È proprio qui che si inserisce la scelta di Mancini. Invece di lasciare che il rumore diventi dominante, prova a proteggere il gruppo e a tenere insieme i giocatori. Fare quadrato, in fondo, significa anche questo: impedire che ciò che accade fuori finisca per dividere ciò che deve rimanere unito dentro.