È vero che le elezioni suppletive non sono sexy. Ma le cifre di affluenza che si stanno registrando nel voto a Reggio Calabria - in serata i votanti erano poco più del 10 per cento -...
È vero che le elezioni suppletive non sono sexy. Ma le cifre di affluenza che si stanno registrando nel voto a Reggio Calabria - in serata i votanti erano poco più del 10 per cento - non si sono mai viste nella storia repubblicana.
C'è un pezzo di Italia che volta le spalle alla politica. La responsabilità di questa che non può più essere definita disaffezione ma rivolta - proprio nella città della pessima rivolta di Reggio Calabria a suo tempo - è della politica. O meglio, è della propaganda che sovrasta e annichilisce la sostanza della politica. Quando una competizione elettorale diventa io che do del cornuto a te e viceversa, e le esigenze territoriali di una città importante del Mezzogiorno vengono stravolte in un derby duro e falloso tra contendenti, e in una contesa tutta giocata sul piano nazionale (riuscirà oppure no l'opa ostile di Vannacci sul centrodestra?), allora l'elettore si ritrae in un fate voi e io me ne sto a casa.
Se i partiti privatizzano a modo loro il momento elettorale, gli elettori non solo non vogliono partecipare allo spettacolo ma non intendono guardarlo neppure per sbaglio. Pronti magari a tornare alle urne la prossima volta, o magari mai più se la politica non recepisce il messaggio di fastidio che rischia, come una valanga che sale, di attraversare la Penisola da Sud a Nord. Disegnando un paesaggio italiano di democrazia senza elettori che sarebbe il dipinto più brutto e inguardabile dell'arte contemporanea.
E pensare che, nel pensiero corrente del partitismo senza limitismo, ossia che non pone limiti alla propria auto-referenzialità, non si fa che dire che più ci si radicalizza nello scontro e ci si brutalizza a vicenda e più i pochi cittadini ancora vicini alla politica sono spronati a parteciparvi. Ma questa è una balla. E le urne vuote di Reggio Calabria sono la riprova.
© RIPRODUZIONE RISERVATA