Dietro l’immagine del “Maestrone” ruvido, poco incline alle smancerie e per anni schivo con la stampa, si nasconde uno dei ritratti più teneri mai scritti da un padre per una figlia. Si intitola Culodritto, ha quasi quarant’anni, ed è forse […]
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Dietro l’immagine del “Maestrone” ruvido, poco incline alle smancerie e per anni schivo con la stampa, si nasconde uno dei ritratti più teneri mai scritti da un padre per una figlia. Si intitola Culodritto, ha quasi quarant’anni, ed è forse il brano più intimo del repertorio di Francesco Guccini, il cantautore scomparso oggi a 86 anni.

Il brano nasce nel 1987, dentro un album – Signora Bovary – che Guccini costruisce come una galleria di affetti privati: un pezzo è dedicato al padre Ferruccio, un altro proprio a Teresa, la sua unica figlia, nata nel 1978 e all’epoca ancora una bambina di nove anni. Musicalmente è un brano scarno e delicato, affidato solo alla voce e all’arpeggio di due chitarre acustiche, cullato da un ritmo che ricorda una ninna nanna.
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Può sembrare quasi un insulto. In realtà, nel brano di Francesco Guccini la parola Culodritto diventa un tenero vezzeggiativo: è un’espressione del dialetto modenese usata per descrivere l’andatura dei bambini che se ne vanno impettiti e indispettiti, offesi per qualcosa, con quel passo deciso e un po’ teatrale che solo l’infanzia sa avere. Guccini la usa con affetto per raccontare sua figlia da piccola. Trasforma così un modo di dire familiare in un piccolo classico sulla paternità.
Il ritratto di un padreNel brano il cantautore osserva la bambina crescere e le confessa, quasi sottovoce, un’invidia dolcissima: quella per uno sguardo ancora integro sul mondo, per una fiducia totale nell’adulto che lui stesso non ha mai avuto la fortuna di provare. Chiede a Teresa di continuare a tenergli la mano, sapendo che presto quella libertà curiosa la porterà lontano, verso un mondo tutto da scoprire. Con le sue meraviglie, certo, ma anche le sue inevitabili complessità. Lo stesso Guccini, parlando del brano, raccontò di guardare quella bambina e di invidiarla perché aveva ancora «tutto da scoprire, da sperimentare».

Francesco Guccini con la figlia Teresa da piccola. (Instagram/teresa_guccini_)
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La storia non finisce lì. Nel 2000, nell’album Stagioni, Francesco Guccini torna a scrivere per Teresa con E un giorno…: la bambina di Culodritto è ormai una giovane donna, e il registro si fa più maturo, attraversato dalla consapevolezza del tempo che passa e trasforma i legami. Ora Teresa è a sua volta madre, a chiudere, idealmente, un cerchio che lo stesso Guccini aveva raccontato in musica una generazione prima.
Culodritto è un brano in cui non si sente la voce del cantautore politico, dell’autore de La locomotiva o Auschwitz. È la voce di un padre qualunque, che si scopre più fragile e più nudo davanti a sua figlia di quanto non lo sia mai stato davanti a un pubblico intero.
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