Torna l'appuntamento con "Cambio Campo", la rubrica di Vocegiallorossa.it nella quale, prima di ogni partita della Roma, vi proponiamo un'intervista ad un giornalista che segue la squadra avversaria.
Torna l'appuntamento con "Cambio Campo", la rubrica di Vocegiallorossa.it nella quale, prima di ogni partita della Roma, vi proponiamo un'intervista ad un giornalista che segue la squadra avversaria.
L’ospite di oggi è Filippo Davide Di Santo, giornalista di TuttoMercatoWeb.com, con il quale abbiamo parlato di Roma-Atalanta.
Dopo tanti anni di filosofia calcistica ben definita, l’Atalanta ha scelto di rivoluzionare il suo gioco, prendendo Sarri come allenatore. Che ne pensi di questa scelta?
«Penso che sia stata una scelta giusta, però al netto della questione tecnico-tattica non è cambiato nulla rispetto al mantra degli ultimi 10 anni. Certo, passare dal 3-4-2-1 al 4-3-3 è un grandissimo cambiamento, ma la differenza la fa sempre la mentalità vincente che Gasperini ha portato a Bergamo e nelle scelte dell’Atalanta: Sarri è come Gasp, vuole vincere. Un segnale importante anche nella scelta di portare Giuntoli a Bergamo».
A tal proposito, quanto è cambiata l’Atalanta rispetto agli anni precedenti? Si vede già la mano di Sarri?
«L’Atalanta di Maurizio Sarri è una squadra che ha bisogno di tempo. Una difesa a zona, triangolazioni tra terzino, mezzala e ala, oltre ovviamente a un approccio alla gara con l’obiettivo di fare sempre il massimo. Il “sarrismo” ancora non si è visto, però occorrerà aspettare: il lavoro ripagherà e dall’altra parte il mister ha una rosa assai competitiva».
L’Atalanta attualmente è a sei punti, punteggio pieno. Qual è il suo obiettivo stagionale?
«Io penso che l’Atalanta, per la squadra che ha, debba pensare di arrivare almeno in Europa League. Certo, una volta si diceva “Prima la salvezza poi si vedrà”, oggi si potrebbe dire “Prima l’Europa, poi si vedrà quale sarà”, però penso che il progetto triennale Sarri-Atalanta veda la squadra ritornare in Europa League e magari in Champions. Nel mezzo c’è una Conference da provare a vincere e chissà, magari, spezzare la maledizione della Coppa Italia».
Non posso non chiederti di Marten De Roon. Come hai preso il suo passaggio a sorpresa alla Roma e che idea si è fatto il popolo atalantino di questa scelta?
«Ammetto di aver passato la notte in bianco. Scherzi a parte, De Roon è stato un grandissimo capitano: era un mix di tutte le più grandi bandiere. Record di presenze come Bellini, erede di Stromberg, andato via e poi ritornato come Bonacina. Tuttavia è stata una scelta che ha spiazzato tutti, soprattutto vista la sua volontà di chiudere la carriera qua a Bergamo.
Marten ha deciso di fare il professionista perché oggi giocare a 35 anni non è più come 10 anni fa: puoi ancora fare 3-4 anni ad alti livelli. Tuttavia De Roon non ha preso una decisione da capitano e il fatto che sia andato via dall’oggi al domani senza salutare il suo popolo allo stadio, oltre al trasferimento in una rivale storica come la Roma, ha fatto molto male: è come se Totti fosse andato alla Juventus dopo il ritorno di Spalletti nel 2016.
Lui ha parlato di “mal di pancia” e di essere fuori dal progetto, quando in estate aveva detto che avrebbe accettato qualsiasi ruolo. Pensando a bandiere come Djimsiti, Toloi, Raimondi, Denis e tante altre, anche loro hanno vissuto momenti in panchina, ma non si sono mai lamentati. Una bella storia, ma un finale deludente».
In questi mesi anche un’altra colonna portante dell’Atalanta è arrivata nella Capitale: Tony D’Amico. Ci racconti come mai era finita la sua storia a Bergamo?
«Tony D’Amico è stato un direttore sportivo che ha fatto colpi importanti: da Ederson a Hien, fino all’intuizione Retegui. Tuttavia penso che il tutto abbia cominciato a scricchiolare nel gennaio 2025, quando, a fronte di un’Atalanta prima in classifica, ha portato a Bergamo Posch e Daniel Maldini mentre Gasperini aveva richiesto altro.
Il tracollo è arrivato con la scelta di portare Juric a Bergamo per il post Gasp: Tony ebbe carta bianca su tutto e il suo fu un fallimento su tutta la linea. Qualcuno, dopo lo 0-3 subito in casa contro il Sassuolo, pensava addirittura che potesse dimettersi. Alla fine terminò l’anno portando Raspadori a Bergamo.
Certo, fu decisivo per la vittoria dell’Europa League e non sarebbe giusto non sottolinearlo, però l’avventura tra D’Amico e l’Atalanta era destinata a finire. A Roma può fare bene, soprattutto quando hai un mister come Gasperini».
Siamo alla seconda stagione di Gasperini alla Roma. Come hai vissuto il primo anno senza il tecnico a Zingonia? Qual è il bilancio di quest’anno da separati per Gasp e Atalanta secondo te? Che effetto farà ritrovarlo?
«Gasperini rimane sempre un totem per il mondo Atalanta. Ha portato una mentalità vincente, spingendo la Dea a fare cose straordinarie.
Il primo anno da “separati in casa” è stato secondo me positivo da entrambe le parti: Gasp ha riportato la Roma in Champions, l’Atalanta ha imparato tanto su come ritornare grande, al netto di diversi errori. La priorità per la Dea è quella di fare propria la mentalità vincente di Gasp per poi vincere nei prossimi anni, esattamente come fanno le grandi società».
Che ne pensi della Roma? Dove può arrivare secondo te?
«La Roma ha un blocco competitivo, seppur manchi quell’esterno sinistro tanto voluto e citato dallo stesso Gasperini. Si sono rinforzati rispetto all’anno scorso e penso che possano confermarsi per la Champions League. I giallorossi sono una macchina ben oliata e con questo Malen Gasp può riscrivere ancora la storia».